Alba pianeta scimmie

L’alba del pianeta delle scimmie – Recensione

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Tutto il commento a questo film può tranquillamente cominciare con una domanda dal forte sapore retorico: una serie come questa aveva bisogno di un nuovo capitolo? E in particolare, aveva bisogno di un prequel? Ma sarebbe troppo facile. La risposta più ovvia è infatti “no”. Ma sarebbe no nel 98% dei casi, mica ci vogliamo accanire proprio contro le scimmie. Però, tutti abbiamo ben presente in quale razza di epoca cinematografica ci troviamo. Sono parecchi anni che Hollywood campa di sequel, prequel, remake e reboot, e la cosa non sembra accennare a smettere. Quasi sempre, poi, i risultati sono quelli che sono.

Per cui gettiamoci dietro le spalle le domande retoriche e affrontiamo nel merito le ragioni per cui L’Alba del Pianeta delle Scimmie si attesta su livelli bassi della mia personale scala di gradimento. I prequel e i sequel spesso non servono a niente, in senso stretto, ma dal momento che ne metti uno in produzione hai sempre la possibilità di sfornare un bel film. E di bei film c’è sempre “bisogno”.



E L’Alba del Pianeta delle Scimmie una partenza da bel film ce l’ha. Forse, la lunga introduzione, così interessata al protagonista, al rapporto col padre (un bravissimo John Lithgow) e alla sviluppo dell’amicizia con lo scimpanzè Cesare, è quella che ha attirato le migliori critiche al film intero. In effetti, questa prima sezione non presenta problemi: curata nel ritmo, attenta alle caratterizzazioni, efficace nello stabilire la posta in gioco relativamente alla ricerca scientifica e alla sperimentazione sugli animali, per quanto assolutamente canonica e schematica a livello psicologico.

A questo si aggiunge la felice idea di fornire al protagonista James Franco un sidekick animalesco e di approfondirlo con dovizia di particolari: non si contano le scene dedicate alle espressioni, ora gioiose ora preoccupate o dolenti, dello scimpanzè, mentre reagisce agli eventi di un mondo circostante che non capisce appieno, ma che nasconde inequivocabilmente un gran numero di pericoli.

Poi però, a un certo punto, assistiamo a un reset poco funzionale: gradualmente, l’attenzione si sposta sempre più sulle scimmie. Il problema è che, nel farlo, tutta la bella struttura di personaggi e sentimenti iniziale diventa inutile e smette di funzionare al servizio di quello che, in fin dei conti, è un blockbuster vecchio stampo, che in teoria preferirebbe la storia agli effetti visivi, per quanto questi ultimi siano cruciali, per ovvie ragioni, dall’inizio alla fine.

Forse rappresentava la scommessa della produzione: lavorare talmente bene sulla psicologia e l’aspetto delle scimmie (ma gli effetti non sempre sono ineccepibili) da poterle rendere protagoniste assolute, anche se non di tutta la pellicola. Ed ecco l’errore di calcolo. Infatti non abbiamo ancora davanti gli esseri umanoidi visti nei precedenti episodi del franchise, ma una via di mezzo, qualcosa ancora in via di evoluzione. Manca loro il dono della parola e la conseguente immediatezza, e il peso di questa carenza si porta dietro gran parte del coinvolgimento. Troppo tempo dedicato alle dinamiche del branco, ai giochi di potere e allo sviluppo della leadership.

Se almeno questo segmento narrativo fosse stato sostenuto da un talento un minimo visionario poteva anche valere la pena, invece è proprio l’occasione per far emergere un problema ulteriore: l’impatto visivo è meno di quello che era lecito aspettarsi, specialmente quando le scimmie invadono la città, in una maniera troppo scientifica e poco brutale e selvaggia, sembra di osservare un grafico che illustra il diffondersi di un virus. Alla fine dei conti, poi, si scivola nel classico disaster movie con troppo spazio alle scene di massa, il che semplicemente a un certo punto stufa.

Tornando quindi alla domanda retorica in apertura: perchè fare un prequel? Se non per una ragione narrativa, fallo per amore della rappresentazione. Ma questo film dimostra ancora una volta come non sia sufficiente una buona cgi per conferire intensità alle scene, tanto più se il minutaggio prolifera senza controllo affogando nella noia anche i buoni spunti iniziali.



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