Paradiso Amaro - Recensione

Paradiso Amaro – Recensione

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Non tutti gli stereotipi vengono per nuocere, poco ma sicuro, e in particolare nel caso di George Clooney, che da alcuni anni a questa parte ha vestito spesso i panni grigi e opprimenti dell’uomo di mezza età in crisi esistenziale, al punto che persino farlo notare è diventato uno stereotipo. Del resto, basta ricordare cosa diceva il suo personaggio in Tra Le Nuvole: “Con gli stereotipi si fa prima”. Ed è esattamente quello che sta facendo lui. Sta “facendo prima” a imporsi come attore sempre più bravo, sempre più “serio”, e come garanzia vivente della qualità delle pellicole che interpreta (con le eccezioni, ovviamente). Se poi ci si mette anche il caso a dargli manforte, e precisamente l’intervento di un regista (qui anche co-sceneggiatore), Alexander Payne, che realizza uno dei suoi film più maturi, allora il gioco è presto fatto.

Paradiso amaro, che si apre proprio confutando banalità assortite e leggende urbane sulla vita alle Hawaii, è un film misurato e incisivo, caloroso e avvolgente, che sfrutta le splendide location di cui dispone per descrivere uno stile di vita e, soprattutto, per creare le premesse e accompagnare gli sviluppi del percorso interiore dei suoi protagonisti. Con un’altra ambientazione tutto il film sarebbe stato molto diverso.



Il più grande vantaggio è infatti un invidiabile uso dei toni. Sulla tavolozza troviamo dramma e commedia, commozione, ironia e comicità, ed è sorprendente come la tensione tra questi opposti vada a segno sempre nel luogo e nel momento opportuni, rendendo giustizia a tutte le tematiche ed evitando di fare disordine tra i delicati sentimenti che i personaggi, e noi con loro, sono chiamati ad affrontare: l’elaborazione del lutto, la scoperta del tradimento, il riappropriarsi degli affetti più significativi, la pietà, visti con un lieve e salutare distacco, una lieve differita, che paradossalmente ce li rappresenta più veri che mai, per nulla melodrammatici. Per un attimo, potremmo pensare che quello che tutti noi conosciamo come “dolore” non sia davvero ciò che pensiamo, ma per l’appunto un suo stereotipo, neanche tanto gradevole e necessario.

Ma uno stereotipo è pur sempre uno stereotipo. Anche quando i tempi narrativi sono tarati al perfetto servizio dell’umore di tutta l’opera, anche quando il coinvolgimento è assicurato da sceneggiatura e attori altrettanto perfetti (non solo Clooney, ma anche Robert Forster e Shailene Woodley). E forse la troppa “perfezione” è proprio il limite di pellicole come Paradiso amaro, film così piccoli e intimisti da insinuare il dubbio che il mirabile rigore stilistico si sia mangiato clandestinamente anche le fette di torta non sue: mai uno slancio, mai una scossa visiva (tranne una, in realtà), mai un uso lirico della colonna sonora (in questo caso una manciata di canzoni folcloristiche tanto azzeccate quanto dimenticabili).

Ma non facciamo troppo i pignoli. O meglio facciamoli pure, ma solo dopo aver ben inteso tutte le qualità di quest’opera così riuscita. Non capita spesso un film così onesto con argomenti così duri che abbia anche un retrogusto così “illuminato”, e Paradiso amaro, sotto la soffice coltre da dramedy scanzonata in bermuda e infradito, è una scattante scudisciata a certo cinema drogato di cinismo, subdolamente distruttivo e spesso percepito come unico autentico, a cui strappa platealmente il “possesso di palle“. Sarà anche amaro, ma come paradiso non è niente male.1414



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