Contagion - Recensione

Contagion – Recensione

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La peggior pandemia che il mondo possa sperimentare non è – o perlomeno non è soltanto – un imprevedibile virus simil-influenzale ad alta trasmissibilità ed elevatissimo tasso di mortalità ma (anche, e soprattutto) la paura stessa del virus, e la paranoia che ne costituisce l’effetto più immediato e devastante.

Sembra partire da questo presupposto Steven Soderbergh, regista avvezzo a meticolosi ed elaborati lavori concettuali che con quest’ultima fatica è riuscito a sfornare un thriller cerebrale e “ipodermico”, un affresco catastrofico che ha anche il sapore dell’anatema sociopolitico; una velenosa, lucidissima parabola che scava nelle nostre fobie più radicate per costruire con inquietante efficacia e feroce bravura uno scenario apocalittico di palpitante, choccante realismo.



Soderbergh è un regista che nell’arco della sua filmografia si è rivelato capace di straordinarie prove di personalità (Delitti e segreti, Traffic) così come di irritanti e pompose messinscene (Che, The Informant), di brillanti ma sterili esperimenti narrativi (Bubble) come pure di ironiche e convincenti commedie (Out of Sight, Ocean’s Eleven).

Nel caso di Contagion, la sua mano e la sua mente hanno lavorato in perfetta armonia per dare vita a un ‘opera iperrealista la cui enorme forza comunicativa – frutto, non dimentichiamolo, anche del talento dello sceneggiatore Scott Z. Burns – si rivela fin dalle prime immagini: quelle cioè che ci mostrano una bravissima, magnetica Gwyneth Paltrow seduta al bancone di un bar in un aeroporto di Chicago, stordita e stravolta da quello che scopriremo poi essere un fulminante, biblicamente distruttivo virus epidemico. Prima ancora che possiamo rendercene conto, il diabolico congegno spacca-nervi di Soderbergh ci condurrà in un infernale giro del mondo alla scoperta di ciò che il personaggio della Paltrow ha involontariamente messo in moto: un micidiale morbo che in quanto a rapidità letale e spaventosa efficienza ricorda molto da vicino la temibile influenza descritta da Stephen King nel suo capolavoro L’Ombra dello Scorpione.

Il registro visivo utilizzato da Soderbergh brilla innanzitutto per il suo scartare i più banali e risaputi clichet hollywoodiani, andando invece a creare uno stile moderno e verosimile che rasenta a tratti l’autenticità di un sia pure sconcertante e impietoso documentario. Ma a sorprendere e affascinare è anche la fluidità con cui, tenendo lo spettatore letteralmente inchiodato alla poltrona, Soderbergh riesce a destreggiarsi tra generi e sottogeneri cinematografici: ora il film epidemico, ora il thriller politico, un momento prima la narrazione post-apocalittica da film di zombie e un istante più tardi l’intricata furbizia di una spy-story.

Soderbergh alterna colori lividi e asettici a tonalità più accese ed emotivamente rappresentative. È un chirurgo cinematografico che, a suo agio tra lettini operatori e vassoi sterili affollati di bisturi e pinze emostatiche compone un vero e proprio Frankenstein di generi e influenze eterogenee. Tutto però riesce a confluire in una narrazione puntualissima e assolutamente coinvolgente che, grazie anche al ricchissimo cast di stelle, un gruppo di super-attori capaci però di collaborare senza inutili protagonismi, non perde nemmeno un colpo nell’arco di 106 minuti e marcia dritto come un treno merci verso un finale strepitoso, perfetto e dannatamente inquietante in quanto a tempistica, rigore formale e gestione del ritmo.



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